lunedì 10 agosto 2015

L'OMBRA DELLA MAFIA SU AUTOTRASPORTI E BONIFICHE


"La Spezia. Sono i camion, gli autoarticolati, le motrici e i container da centinaia di migliaia di euro il nuovo business della ’ndrangheta" sintetizza il secolo XIX subito dopo l'ennesimo arresto "dell'imprenditore" Trusendi. (12.06.2015)

Più appropriatamente quello che sembra essere più che un business un vero e proprio schema per sottrarre al sequestro di beni e denari d'illecita provenienza attraverso operazioni societarie (così definite) infragruppo è descritte dal secolo XIX 07.12.12:

"In particolare, le indagini sono scaturite da complesse attività ispettive di natura fiscale, avviate a partire dal febbraio 2010, hanno interessato 5 società rientranti in un gruppo di imprese, tutte riconducibili al 67enne Riccardo Trusendi ......Le verifiche fiscali, afferma la Finanza, supportate anche da articolate indagini finanziarie..... «hanno permesso di delineare un complesso sistema di gestione dell'attività di trasporto organizzata dall'imprenditore, finalizzato, anche mediante l'emissione e l'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti "infragruppo", a evadere le imposte e a "svuotare" le società in procinto di fallire prima di organizzare il trasferimento all'estero della loro sede» si legge appunto nel comunicato della Finanza".

Il dato rilevante negli sviluppi sulle indagini del "caso Trusendi" 2015 è però  l'accostamento alla ndrangheta, nonostante i ripetuti provvedimenti restrittivi delle libertà personale inflitti al personaggio in questione, al di là dell'evasione fiscale per cifre enormi. L'imprenditore di Arcola sembra essere lo "schermo" attraverso il quale far sfuggire all'estero capitali e beni con operazioni fotocopia.

Secolo XIX La Spezia 23. 05. 2015

"Un tesoro da 2 milioni di euro: camion, rimorchi, auto e pullman turistici e per gite scolastiche. Così, secondo l’Antimafia, la ’ndrangheta ricicla il denaro provento del traffico e dello spaccio di droga, dell’usura e dell’estorsione in provincia della Spezia.....il provvedimento che dispone il sequestro e la confisca di beni riconducibili a Domenico Romeo, nato a Roccaforte del Greco 59 anni fa, residente ad Arcola e ritenuto «personaggio di elevato spessore delinquenziale». L’indiziato, per gli inquirenti «ha ricoperto il ruolo di referente strategico di una ramificazione ligure della ’ndrangheta, i cui vertici risiedono in provincia di Reggio Calabria».

TRUSENDI - ROMEO

Stesso luogo, Arcola, stesso business:i trasporti, che a distanza di cinque anni dall'inizio delle indagini mettono in evidenza una vasta rete di connessioni che ci portano in Africa e Medio Oriente. Il noto imprenditore però sembra sempre rimediare condanne minori nonostante inquietanti analogie con personaggi del calibro di Domenico Romeo, al punto che un quotidiano locale il 3.3.2012 commentando l'ennesimo arresto dell'imprenditore ci segnala:

"....  Trusendi, 67 anni, imprenditore nel settore trasporti di merci su strada, dovrà scontare 11 mesi di reclusione e 9 di arresti per cinque condanne riguardanti favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, bancarotta fraudolenta, impiego di manodopera clandestina, lesioni personali colpose gravi....dovrà inoltre pagare 9mila euro di ammenda.....essere interdetto dai pubblici uffici per cinque anni e, infine, per 10 anni essere interdetto dalla attività imprenditoriali".

La domanda è semplice quanto ovvia il nostro imprenditore, oltre ad essere inseguito dalle procure di mezza Italia, nonostante abbia ricevuto una pena piuttosto modesta per i reati che gli vengono contestati, continua ad impazzare nel settore dei trasporti per cinque lunghissimi anni (2010 - 2015) facendo "dumping" (concorrenza sleale) nel proprio settore, evadendo decine di milioni di euro oltre ad essere sbattuto in prima pagina negli ultimi giorni dal secolo XIX con il seguente titolo:"Nrandgheta, gli affari sospetti del “re dei trasporti" e nessuno si era accorto di niente ad Arcola e dintorni (La Spezia)?


PIAZZALE CITTÀ DI MASSA

Tuttavia autotrasporti e autotrasportatori non sono estranei a vicende di mafia proprio nel nostro territorio e la mente va al "piazzale città di Massa" e a un inchiesta esplosiva che si sgonfiò qualche mese dopo con una misteriosa archiviazione. Ma l'area del piazzale era al centro di una scandalosa vicenda che vedeva l'interramento di rifiuti tossici per costruire la massicciata del piazzale interno al Porto di Marina di Carrara e alla foce del Carrione. Un intervento discutibile e realizzato anche da un personaggio già noto alle cronache della nostra testata: Nazzareno Carullo.

La vicenda però s'intreccia con altre questioni di scottante attualità che riguardano la nostra zona al punto che ci riporta proprio a l'operazione SINBA:
 ".........31 gli arresti disposti dall'Autorità Giudiziaria a seguito dell'inchiesta del NOE e scriveva, sempre “Il Tirreno”:  “1 milione e 200 mila tonnellate di rifiuti, lucrando circa 90 milioni di euro. I reati contestati sono associazione per delinquere, disastro ambientale, peculato, corruzione, turbativa d' asta, abuso d'ufficio, falso, truffa e traffico di rifiuti. Il gruppo agiva tra Toscana del nord e Liguria. C'erano ditte che prendevano l'incarico di bonificare aree inquinate: ...piazzale città di Massa, una grande terrazza sul mare; la ex discarica Imerys, sempre a Massa; fanghi al porto di La Spezia; l'azienda  Cpl di Massa; i rifiuti alluvionali del Comune di Carrara.
Materiale pericoloso che non sarebbe stato trattato o smaltito ma anzi utilizzato per ripristinare altre aree: il piazzale del cimitero di Aulla, lo svincolo autostradale di Viareggio, ma anche lo stesso Piazzale della città di Massa. Le ditte contavano su molti appoggi. (Tre carabinieri di Sarzana (Petrongolo, Ricci, Menchini) e un poliziotto della stradale di Spezia (Sergi) sono finiti in manette. Avrebbero guidato e scortato i trasporti più delicati...”)

La questione è delicatissima e potrebbe riaprire un capitolo vergognoso che la nostra città ha dovuto "digerire" con un archiviazione e l'assoluzione dei personaggi coinvolti, ma vediamo meglio nel dettaglio come andarono le cose:

"...E' il 2005 ed a Massa scatta una maxi inchiesta relativa ai rifiuti. Un inchiesta che, per quanto pubblicamente emerse e per quanto qui ci interessa, coinvolgeva la “LIGURE ASFALTI”. Non da sola, ovviamente. Erano decine e decine gli indagati, per l'esattezza 68. Tra questi, ad esempio, un tecnico dell'ARPAT, BERTOLINI Marco. Scriveva “Il Tirreno”:

"Bertolini dovrà chiarire soprattutto la sua posizione rispetto al cantiere di Colonnata della Ligure Asfalti srl di Sarzana. Secondo gli inquirenti, avrebbe tenuto un comportamento omissivo, nel senso che - sempre secondo l’accusa, che è tutta da dimostrare - non avrebbe proceduto, pur essendo venuto a conoscenza di fatti ritenuti illeciti in merito allo smaltimento dei rifiuti, in particolare lo stoccaggio non autorizzato. Bertolini è l’unico in carcere dell’Arpat, ma sotto inchiesta ci sono anche Renato Iardella e Carlo Righini, oltre che gli ex Gino Camici e Gino Biancardi (questi ultimi due attualmente della Abc Ambiente)”. (Casa della Legalità)


INQUIETANTI ANALOGIE

Le analogie con il caso in questione non finiscono qui e tornano alla ribalta con la recente vicenda della "marmettola" interrata in prossimità di un bed & breakfast di Arcola, al centro della nostra inchiesta:

".......Confindustria non ha mai avuto nessun tipo di rapporto con la Sirmi srl. La nostra marmettola finisce tutta a Cava Fornace, discarica autorizzata al confine con la Versilia».

Così il direttore dell’Associazione industriali di Massa Carrara Andrea Balestri, che a seguito dell’ennesimo scandalo sui rifiuti, definisce i contatti tra imprenditori del marmo e Cava Fornace......la marmettola prelevata dalle segherie della provincia di Massa Carrara finisce tutta nella discarica di Montignoso, gestita dalla Progetto Ambiente, una srl controllata in parte da una municipalizzata del comune di Prato".

Continua: " ...I provvedimenti sono stati eseguiti dai carabinieri del Noe di Firenze in collaborazione con i comandi provinciali di Massa e La Spezia coordinati dalla procura distrettuale antimafia di Genova ....Nell’ambito della stessa operazione sono state eseguite perquisizioni e posti sotto sequestro preventivo circa due ettari di uliveto a Pietralba di Arcola..." come riporta il Tirreno (10.12.2014)

Si da il caso che proprio il sito di stoccaggio della "marmettola" di Cava Fornace, a Montignoso, risulti coinvolto in vicende poco chiare nell'articolo "Accerchiati":

"Nel 2012 la cava di Montignoso riceve la bellezza di 314.020 chili di terre e rocce di scavo provenienti dall’ex cava Bargano, nel comune di Villanova del Sillaro, in provincia di Lodi. Solo per questo motivo chi si interessa di corruzione e infiltrazioni mafiose alza le antenne. Ma proseguiamo. Siamo andati subito a controllare chi ha effettuato i trasporti. Udite, udite: è la FURIA SRL di Fidenza (Parma)! Nel 2013 una indagine sulla Bonifica di Cornigliano (Genova) vede indagati 14 imprenditori. Secondo la Procura la situazione è grave: un cartello di imprenditori ha cercato di spartirsi illecitamente una fetta di appalti a Genova da venti milioni di euro. Fra gli indagati due nomi importanti, due nomi che ricorrono nella nostra inchiesta: Gino Mamone ( Si, si proprio lui, quello segnalato dalla Dia come punta di riferimento ‘ndranghetista in Liguria) e Gino Furia. Ma chi, il titolare della Furia Srl di Fidenza che ha trasportato i materiali tossici da Lodi a Montignoso? Ma allora siamo messi male: siamo circondati! La storia non finisce qui, andremo avanti con il prossimo articolo.

Infatti la storia non finisce qui come potete constatare, ma ciò che desta il maggiore sospetto è la circostanza che vede il sito iscritto in una sospensiva antimafia immediatamente revocata...

"La nostra provincia non ospiterà l’amianto dell’Emilia Romagna, quello derivante dalle macerie di costruzioni e capannoni, anche industriali, devastati dal terremoto del maggio 2012. E' saltato infatti, in maniera clamorosa, il contratto tra la Regione Emilia Romagna e la società Progetto ambiente Apuane spa che gestisce la discarica autorizzata di cava Fornace a Montignoso ....Ed è saltato perché la Prefettura di Massa Carrara ha adottato una “informativa antimafia interdettiva” nei confronti della ditta. Che cosa abbia generato questo parere non sappiamo.......
I fatti della vicenda sono invece raccontati nell’ordinanza numero 4 del 13 gennaio scorso della Regione Emilia Romagna a firma del nuovo presidente Stefano Bonaccini che è anche commissario delegato.......per la ricostruzione...in particolare dello “smaltimento di rifiuti speciali pericolosi costituiti da lastre o materiale di coibentazione contenente amianto”. Per questo il commissario tramite l’agenzia regionale di sviluppo (Intercenter) aggiudicò a seguito di una procedura ad evidenza pubblica, il servizio di smaltimento alla Programma ambiente Apuane spa con sede legale a Montignoso. Il 17 luglio 2014 la Intercenter quindi chiede alla Prefettura di Massa l’accertamento in tema di antimafia della ditta".

Ma in realtà qualcosa nel frattempo è accaduto: "....A fine novembre....Alessandro Canovai, il presidente della municipalizzata pratese dei rifiuti, la Asm (che è socia di Programma Ambiente spa, la società proprietaria della discarica di Montignoso insieme ad altri privati) è stato rinviato a giudizio nell’ambito di una inchiesta della Procura di Catania sul traffico dei rifiuti. L’accusa è di associazione per delinquere alla frode di pubbliche forniture. (Il tirreno 22.02.2015)

A questo punto una domanda è d'obbligo, se il sito funziona ancora che fine ha fatto l'interdittiva antimafia? perché non è stata applicata? Che ruolo ha avuto l'ARPAT (visti i non commendevoli precedenti) chi doveva vigilare? A che livelli amministrativo - istituzionali e soprattuto quanto è estesa la rete mafiosa che si occupa dello smaltimento illegale di rifiuti?

CINQUE STELLE, ARPAL & ARPAT

Le vicende appena descritte lasciano alquanto perplessi rispetto all'utilizzo del sito di smaltimento (rifiuti non pericolosi) di Cava Fornace a Montignoso, in relazione al carico proveniente da Lodi di terre contaminate da "diossina" e non solo. A questo proposito:

"......La relazione di Arpat ci è stata consegnata (Tirreno) dal Movimento 5 Stelle che torna all'attacco sulla questione...:

«Dopo l’interrogazione parlamentare presentata da noi (nell'interrogazione in Parlamento i grillini chiesero al ministro dell’Ambiente se si stesse rispettando in Italia la legge 36/2003 che impone parametri specifici per l'insediamento di discariche all'interno di siti particolari, come quelli carsici), e dopo l'intervento in Senato di Laura Bottici sulla discarica di cava Fornace...nella commissione sulla discarica del 6 marzo, è stato comunicato, con colossale ritardo, che Arpat avrebbe eseguito controlli a cava Fornace. In seguito a questi accertamenti in ambito AIA, effettuati addirittura l'8 ottobre 2013- continuano i grillini- Arpat ha rilevato partite di rifiuti non opportunamente caratterizzate, mancando i parametri per Pcb (policlorobifenili) e diossine. Si tratta di fanghi di dragaggio provenienti dalle operazioni di messa in sicurezza del fosso Fescione – spiega il M5S – , e da terre e rocce conferiti dal cantiere di Camp Derby, bonificato in quanto inquinato da piombo e antimonio». (Il Tirreno 8.3.14)

Ma come stanno veramente le cose allora? Perché lo stesso quotidiano il 26.9.12 riportava le "rassicuranti" risposte di ARPAT:

Quali sono i livelli di diossina registrati sul terreno arrivato dall’ex cava Bargano?

«I dati relativi diossine e furani risultanti dai rapporti di prova, come calcolati dall’Arpa Lombardia sui due campioni presi in esame – spiega l’Arpat – risultano pari a 149,94 e 156,29 Te ng/kg secco, dove “te” sta per tossicità equivalente. Il dato analitico prodotto per Programma Ambiente Apuane dal laboratorio di fiducia risulta pari a 148 ngTe/kg secco. Il laboratorio incaricato da Furia (che ha gestito il trasporto, ndr) non ha invece eseguito la determinazione delle diossine e furani».

Qual è il valore limite di diossina per considerare non pericoloso un rifiuto che la contiene ?

«I criteri di ammissibilità stabiliti dal Dm 27.09. 2010 stabiliscono la possibilità che rifiuti contenenti diossine e furani con una concentrazione non superiore a 2000 ng Te/kg secco possano essere smaltiti anche nelle discariche per rifiuti non pericolosi: le concentrazioni misurate anche dall’Arpal sono, quindi, molto inferiori ai limiti stabiliti».

Perché l’Arpat segnala che l’Arpal ha considerato il dato sulle emissioni e non quello per il conferimento in discarica? Cosa comporta?

«L’utilizzo della tabella presa a riferimento da Arpal per il calcolo della tossicità equivalente delle diossine e dei furani al posto della tabella 4 del Dm 27.09. 2010 (criteri di ammissibilità dei rifiuti in discarica) non comporta differenze sostanziali sull’esito delle analisi, in quanto i valori ricalcolati correttamente corrispondono, per i due campioni interessati, a 150,10 e 156,68 ng Te/kg secco contro rispettivamente i 149,94 e 156,29 ng/kg secco TeQ calcolati dall’Arpal. Arpat ha ritenuto doveroso segnalare l’inesattezza pur non avendo conseguenze significative sui risultati».

Perché la Provincia di Lodi si prende la briga di comunicare all’Arpat l’arrivo di un carico contenente diossina?

«È prassi consolidata che, nel caso in cui rifiuti provenienti da attività di bonifica siano conferiti in siti fuori provincia o fuori regione, sia data notizia all’amministrazione competente (Provincia), per attivare eventuali controlli».

Perché l’Arpat effettua un controllo sui rifiuti sulla stregua di una documentazione prodotta per due terzi dal soggetto che gestisce la discarica e da quello che effettua il trasporto?

«L’analisi su diossine e furani, di cui Arpat ha preso visione, sono state effettuate sia dal privato con laboratorio di fiducia, sia dall’Arpal, con risultati molto simili e ben al di sotto dei valori limite per l’ammissione in discarica. Sulla base di tali valori, limitati in valore assoluto e comunque qualificati, in quanto provenienti anche da fonte pubblica, Arpat ha ritenuto tali informazioni sufficienti ai fini della caratterizzazione dei materiali».

Ci sono prescrizioni atte a garantire che le analisi prodotte dai soggetti privati siano imparziali e indipendenti?

«Un livello elevato di garanzia sulla competenza dei laboratori, sia pubblici che privati, nello svolgere attività analitiche è attestato dal sistema di accreditamento nazionale dei laboratori di misura e prova che fa capo all’ente terzo Accredia, presso cui anche i laboratori di Arpat sono accreditati. In alcuni casi, inoltre, Arpat procede a visite presso i laboratori privati per valutare le modalità di conduzione delle prove».

COMUNICAZIONE ALL'AUTORITÀ GIUDIZIARIA

La questione questione però non è finita qui perché i Cinqque Stelle spiegano:

 «L'Apart ha rilevato che, anche la marmettola non proveniente dal nostro comprensorio, non ha certificazione relativa alla diossina e Pcb. Il tutto è stato comunicato da Arpat al comune di Montignoso e alla provincia di Massa-Carrara il 30/12/2013 e di quanto accertato Arpat ha dato opportuna comunicazione anche all'Autorità Giudiziaria». Insomma il M5S rivela che Arpat avrebbe fatto pervenire all’autorità giudiziaria un verbale in cui, in pratica, sembrerebbe non rispettata la legge sul conferimento dei rifiuti in discarica:

«Troviamo scandaloso che, nonostante le nostre continue richieste di questi verbali obbligatori e la gravità dell'accaduto, la notizia sia stata resa pubblica dall’amministrazione solo dopo due mesi.
Ci chiediamo quali possano essere i motivi di così poca trasparenza e sensibilità.
Con questi metodi sempre di più si confermano i nostri dubbi che il controllo amministrativo sull'attività di discarica non dia sufficienti garanzie. (Il Tirreno 3.8.14)

L'articolo si conclude con l'ovvia richiesta della dimissioni del Sindaco e dell'assessore all'ambiente del Comune di Montignoso, ma al di là di quanto appena descritto dopo aver fatto un lunghissimo riassunto di quelle che sono evidenti indizi ed elementi a carico del sistema di bonifica delle terre inquinate non si è visto nessuna iniziativa eclatante per stroncare questo lucroso ed illecito traffico che dura da decenni. Connivenze e complicità sono a così alto livello da by passare anche un interdittiva antimafia?! La risposta la lasciamo alla fantasia dei lettori......



martedì 24 marzo 2015

NATO BUSINESS & TRAFFIC CONNECTION

Parte 1°
Di Pier Paolo Santi & Francesco Sinatti
Nell’ambito dell’organizzazione NATO potrebbero essersi sviluppati degli apparati devianti che hanno agito nelle operazioni belliche degli ultimi quindici anni. Non ci sono solo intenti strategici e di difesa dei paesi dell’asse occidentale sotto la copertura di conflitti, ma spesso traffici a danno delle stesse comunità che dovrebbero tutelare. Nell’ambito di questa inchiesta metteremo in evidenza i collegamenti e le circostanze che stanno facendo emergere le finalità degli apparati appena menzionati. A seguito di un lavoro giornalistico durato due anni possiamo inserire oggi nuove ipotesi e piste investigative in uno scenario più complesso, su casi più o meno noti (di solito operiamo in questo modo, con prudenza per evitare teorie complottiste che farebbero perdere credibilità ad inchieste “scottanti”).

2000 TONELLATE DI ARMI SEQUESTRATE    1994, durante una operazione di controllo, un cargo battente bandiera maltese viene intercettato nella acque internazionali prospicienti il canale d’Otranto da un unità militare inglese. Siamo a cavallo degli anni della guerra civile Jugoslava (91-95). La destinazione finale era il porto di Rijeka. Il cargo”Jadran Express” avrebbe dovuto scaricare 133 containers di materiale bellico pari a duemila tonnellate, valore trenta milioni di dollari. La Dia( Direzione Investigativa Antimafia)  durante il processo renderà noto che si trattava dell’ultimo “viaggio” di 12, un traffico d’armi mai intercettato prima. Il carico venne Missilestoccato per cinque anni nel porto di Taranto avvolto nel più totale oblio. Il 19 maggio 2011 si ha notizia della localizzazione ( Isola di Santo Stefano) di parte delle armi sequestrate solo per una maldestra operazione di trasferimento verso la Sardegna, organizzata dal Genio supportato dalla Marina Militare. Nei piani c’era l’idea di caricare parte delle armi di quel sequestro su traghetti civili che dalla Maddalena ( importante base Nato) fanno la spola con Palau, sull’isola. Un imprevisto farà saltare la copertura: i valenti ingegneri del genio si accorgono all’ultimo momento che gli automezzi con i container superano l’altezza del ponte di carico dei traghetti di quella tratta. Reperiti traghetti idonei presso la compagnia “Seremar” l’operazione finalmente si conclude a Palau, tappa intermedia. Infatti, da Palau, i containers proseguono il loro rocambolesco viaggio per il porto di Olbia. Il metodo è sempre quello: si utilizzano traghetti civili per trasportare armi, lo scalo di destinazione è Civitavecchia, dove si perdono definitivamente le tracce (finalmente l’inteligence ha funzionato!). Nella prossima puntata vedremo che queste armi rientreranno in un traffico internazionale.
UN TRUCCO PERICOLOSO     Quanto appena descritto potrebbe essersi verificato anche nel porto di Livorno la sera del 10 Aprile 1991, quando il traghetto Moby Prince (140 persone a bordo fra equipaggio e passeggeri) lascia lo scalo destinazione Olbia (guarda caso). Quella stessa sera sono in corso manovre di carico e scarico di materiale bellico da parte di diverse navi appartenenti alla Nato (tre Usa più altre quattro militarizzate, tre Italiane e una francese) alcune in uscita dalla base di Camp Darby. L’ingente traffico illegale d’armi sembra rientri in una operazione denominata “Provide Confort”: soggetta ad inchiesta in quanto presunta operazione di copertura sotto l’apparente veste di missione umanitaria per il Kurdistan Irakeno. A rendere la vicenda ancora più inquietante è la presenza di un mercantile, la 21 Ottobre II della compagnia Shifco, divenuto tristemente noto per i traffici d’armi sulla rotta somala nonchè oggetto d’interesse dei giornalisti Rai uccisi, Ilaria Alpi e Milan Hrovatin ( Vedere libro ” Il Nido degli Scorpioni” ). La versione ufficiale presume che il traghetto abbia urtato la petroliera Agip Abruzzo durante l’uscita del porto a causa di una fitta nebbia di avvezione. Una inchiesta parallela, invece, rivela che la Moby Prince stava rientrando in porto dopo aver urtato presumibilmente una delle navi militari in rada. Questo spiegherebbe perche la sua prua fosse intrisa di nafta, combustibile non stivato sulla Agip Abruzzo ma “usato da navi e trafficato per commercio illegale di carburante o per fornire clandestinamente navi dedite a traffici criminali perché non possono rifornirsi regolarmente nella darsena petroli”(Famiglia Cristiana). Il primo impatto dovrebbe essere avvenuto con una nave diversa dalla Agip Abruzzo. In un secondo momento avendo invertito la rotta e con una approssimativa manovrabilità, la Moby Prince avrebbe urtato la petroliera. Non descriveremo la vicenda per intero perché molti fatti sono ormai noti (come la presenza della nave fantasma “Theresa” in verità Gallant 2, il cono d’ombra sulle comunicazioni, i mancati soccorsi e la morte nel combustibile sversato nel primo urto di uno dei marinai della nave).
A questo punto possiamo prospettare un ipotesi alternativa. Possiamo escludere che sulla Moby Prince non fosse stato caricato clandestinamente materiale bellico ed esplosivo (all’oscuro equipaggio e capitano) esattamente come nei traghetti che raggiunsero Olbia nel 2011? Una perizia della Procura di Livorno ha rilevato sulla Moby Prince tracce di Pentrite, T4 Rdx del tipo usato dai militari Usa. Ritornando alla 21 Ottobre II, chi può escludere che non dovesse fungere da mercantile per traffico d’armi anche in questa occasione? In quei giorni la 21 Ottobre II stazionava in riparazione presso il porto di Livorno. Cosa accadde la sera del 10 marzo? Un imprevisto? Inoltre: perché la 21 Ottobre II nonostante fosse in riparazione, come affermato da un testimone, lascia il porto la notte del 10 marzo? Era anch’essa coinvolta nelle operazioni oppure era un mercantile “scomodo” per il trasporto di ciò che avrebbe dovuto fare scalo ad Olbia (con la Moby Prince)?
Un imprevisto che fece decidere di caricare a bordo del traghetto che si dirigeva ad Olbia armi o esplosivi, vicino alla base Nato de La Maddalena, come nel caso del 2011? Il traghetto viene usato come mezzo di trasporto per eludere in extremis eventuali problemi logistici?  Questo implicherebbe che la NATO fosse in rapporti con Shifco (la compagnia della 21 Ottobre II) e il suo capo Omar Said Mugne ? E’ un caso che i maggior paesi aderenti alla NATO fossero stati accusati di traffici illegali di armi e materiale radioattivo in terra somala, dove principalmente operava la Shifco?
Seguendo questa ipotesi facciamo un passo indietro, ritornando al presunto impatto con una “nave fantasma”. Ovvio e prevedibile che il comandante della Moby Prince abbia ordinato una manovra d’emergenza nel tentativo di rientrare in porto. Al contempo “ambigue” risultano le dichiarazioni rilasciate dal capitano della Agip Abruzzo che paiono non coincidere con l’effettivo orientamento in rada della petroliera (della prua in specie) . Secondo la versione ufficiale il traghetto urta la petroliera in uscita dal porto ma seguendo le ultime perizie pare esattamente il contrario, cioè rientrando. Perché la petroliera si trovava in quella posizione? Rientrava nelle operazioni militari di quella sera? È per tale motivo che stazionava in una posizione differente da quella che avrebbe dovuto assumere seguendo le regole stabilite? Se all’interno della Moby Prince ci fosse stato effettivamente del materiale esplosivo (o munizionamento) clandestino, come da tracce rinvenute, quali conseguenze avrebbe avuto la scontata perquisizione da parte delle autorità portuali una volta che il traghetto fosse arrivato in porto? Scontata una commissione d’inchiesta con annesso incidente diplomatico. Seguendo l’iter di tutti questi nuovi fatti e coincidenze sembra proprio che la Moby Prince non dovesse attraccare ne con prove ne con testimoni a bordo.

venerdì 2 gennaio 2015

MOSCHEA: DAZZI COLPEVOLE O “CANDIDATO MANCIURIANO”?


“Non sarebbe male sopprimere il tribunale di Massa, visto la pessima prova di se che ha dato in questa vicenda”.
Questa frase del Pm Longi, pronunciata durante la requisitoria della IV sez. penale del tribunale di Torino, riecheggia ancor oggi a distanza di due anni nelle scelte del tribunale di Massa che ha deciso in proposito di nominare, in questi giorni, il professor Andrea Perini in qualità di superperito, che dovrà entro 90 giorni :
“…. stabilire se il credito da 9 milioni di euro con il governo dell’Iraq dovesse essere considerato patrimonio iniziale netto del maxi fallimento dell’azienda Dazzi per il quale l’imprenditore Paolo Dazzi si trova con l’accusa di evasione fiscale. Il contratto (credito) di 9 milioni di euro con l’Iraq è infatti al centro di un processo per omessa dichiarazione dei redditi ….con relative tasse da pagare…….”. (Tirreno)
Ciò significa che nell’intricata vicenda nemmeno l’attuale giudice ci vede chiaro, se ha deciso di nominare il perito del caso Mills-Berlusconi.
Facciamo un passo indietro per riassumere la vicenda che ha inizio negli anni 90, quando all’impresa “Dazzi Pietro e figli” salta una commessa da 50 milioni di dollari per una fantomatica moschea da costruire in Iraq. Di li a poco scoppia la prima guerra del golfo, della moschea non se ne farà più nulla, e la commessa rimarrà “sospesa” senza essere onorata dal governo di Saddam Hussein al punto da essere cardine del fallimento della ditta. Tutto chiaro? No per niente!


Perché nella vicenda, si apprenderà in seguito, sono coinvolti o presi in causa nomi di Giudici del Tribunale di Massa in compagnia di “colletti bianchi” e avvocati, protagonisti a vario titolo nella vicenda, che vede un credito INE – SE – GI – BI – LE (per 9 milioni di euro) divenire prima oggetto di cessione ad una società offshore per 77.000 euro e di li a poco riscosso per l’intero importo presso una filiale del Banco di Roma in Toscana. Puzza di bruciato! (la questione che vede il contenzioso tra Dazzi e le Banche sarà analizzata approfonditamente nelle seconda puntata)
“Dazzi fece richiesta alle banche di recuperare i fondi iracheni, ma non ottenne risposta. Poi, dopo anni di contenzioso, seguì la vendita del credito (16 milioni ceduti per 77mila euro) da parte della curatela a una società inglese che trovò i dieci milioni. Il tribunale condannò le banche al risarcimento di 9 milioni che entrarono così nel bilancio della curatela”. (La Nazione)
Com’è possibile che un credito dichiarato INESEGIBILE (non recuperabile) da tribunale di Massa risulti subito dopo facilmente incassabile, ma solo dopo essere stato ceduto alla “fantomatica” Server 
Plus Ltd. per la “risibile” cifra di 77.000 euro!? Pare che la stessa domanda se la sia posta il giudice Fabrizio Garofalo attuale titolare dell’inchiesta, come risulta dal verbale d’udienza :
“……scusate se v’interrompo, ma questa società inglese, come faceva a sapere che c’era questo credito?”
Già come faceva a sapere la Server Plus del credito in questione se non direttamente legata alla vicenda?
Vediamo meglio cosa si apprende dalle cronache dell’epoca, su questa società sita a Londra, che narrano come la Server Plus, a cui fu ceduto il credito, fosse rappresentata dall’avvocato Rinaldo Reboa (foro di Massa), in seguito condannato per concorso in bancarotta fraudolenta dal tribunale di Torino (a conclusione del processo “Dazzi”). Cioè a dire che il terminale della cessione del credito era un professionista massese che certo poteva essere ben informato della vicenda Dazzi senza troppo
 sforzo.
Ma ciò che meraviglia di più è che il tribunale accetti, non al decimo tentativo, bensì solo al secondo, di AUTORIZZARE la cessione di un credito per 9 milioni di euro a fronte di soli 77.000 euro. Questo dettaglio ci lascia perplessi.Benché si potesse ritenere il credito (a torto o a ragione) inesegibile risulta quantomeno inconsueto che al secondo tentativo il Tribunale di Massa ne autorizzi la cessione visto la “fitta nebbia” in cui era (ed è) avvolta la vicenda del fallimento.
Qualcuno sapeva? Chi potrebbe aver pilotato la vicenda per trarne profitto? Come si è giunti a questa “pilatesca” soluzione della cessione?
Ciò che lascia ancor più perplessi, ed autorizza a dubitare dell’operato del Tribunale, è che si tratti di una cessione autorizzata dal tribunale stesso con somme detenute presso due banche e assegnate, in seguito, dal giudice onorario Laura Donatiello per l’appunto moglie del Paolo Dazzi, condannato a 
sette anni e mezzo nella vicenda. Conflitto d’interessi? Mah?! Che dire….tant’è! Sicuramente, si poteva scegliere di meglio.
In effetti, nelle accuse indirizzate al tribunale di Massa e ai suoi giudici, il pm Valerio Longi parla di: «criminale incompetenza di molti giudici che si sono occupati di questa causa»….. a cominciare dall’ex presidente del tribunale di Massa, Francesco Bonfiglio, che ha sfilato come teste in tribunale a Torino…..secondo l’accusa avrebbe assegnato all’allora giudice Donatiello la procedura esecutiva alla Server Plus.
Per il pm Longi quello di Bonfiglio:
«E’ stato un comportamento assolutamente ignobile».
A proposito degli altri giudici, sfilati come testimoni (Pulvirenti, Alba Dova) Longi dichiara durante la requisitoria:

“Speriamo di averli mandati in pensione, insomma almeno a qualcosa l’indagine è servita, è stata un’azione di pulizia, di auto pulizia, nel senso che tutti gli interessati o quasi sono andati in pensione. Perché poi quel fallimento (ditta Dazzi) è stato dichiarato (solo) nel 2001, e avete mai sentito a Torino di una procedura fallimentare che sta in piedi per un anno e mezzo….”
Parole di fuoco quelle del Pm Longi che sottolineano un intreccio inquietante fra giudici, avvocati e imputati. Come si può pensare a valutazioni “serene” da parte di questo Tribunale senza dare adito a remore e retro pensieri che rendono il significato di GIUSTIZIA, quantomeno precario e traballante, per non dire degno di legittima suspicione?!
Anche l’ultimo interrogativo, riguardante la dichiarazione di fallimento, non è da ritenersi privo di valore. A questo proposito il Pm segnala una procedura anomala rilevando un periodo insolitamente 
lungo prima della dichiarazione di fallimento della ditta. Cosa è accaduto in questo frangente? Certamente non potevano mancare l’avvicendamento di consulenti e curatori fallimentari che cambiano in una vorticosa girandola di nomine fino ad arrivare, come sempre, al solito impareggiabile Giulio Andreani. Direte Voi: ” ..sempre a Lui?!” Si sempre a Lui!
(Continua nella seconda puntata)

giovedì 27 novembre 2014

CARRARA PRO ALLUVIONATI: Feudatari, Vassalli, Valvassori e Valvassini!


“….forse serve ricordare che la zona è finita molte altre volte sott'acqua, non ultima durante l'alluvione del 2012, e che il problema vero è la cementificazione assoluta che la Regione ha di fatto autorizzato. Nella provincia ci sono troppe anomalie: il nuovo ospedale di Massa è costruito su una palude, il piazzale Città di Massa realizzato con materiali inquinanti sulla foce del Carrione, il piazzale ad uso del Pignone sarà ampliato di ben 100 mila metri quadri…… Si danno appalti a società che non sono rintracciabili, mentre la Commissione d'inchiesta sull'argine crollato sarà presieduta da Lucio Boggi, imprenditore del marmo già citato a giudizio dalla Procura di Massa per appropriazione indebita. Una delle cose più tristi…..quanto siano lontane le istituzioni dai cittadini e quanto siano disinteressate alle problematiche della comunità - conclude Staccioli - sebbene il motivo della loro esistenza sia proprio la tutela delle persone e del territorio".

Il resoconto inquietante sulle opere autorizzate e costruite, nonostante siano state oggetto di ripetute segnalazioni, anomalie, sprechi di denaro pubblico e, in molte circostanze, di vere e proprie situazioni di pericolo. Solo qualche mese fa, in circostanze analoghe, i vigili del fuoco segnalavano con una lettera protocollata alla Procura, alla Regione, alla Provincia e al Comune di Carrara, un evento simile a quello verificatosi attualmente sull’argine del fiume Carrione, evidenti le responsabilità nella vicenda.

Ma ciò che risulta ancora più sconcertante è che, a quanto dice l’assessore regionale Bramerini, la missiva non avrebbe mai raggiunto gli uffici della Regione nonostante che l’appalto dell’argine (di cui sopra) sia stato assegnato con:

“…progetto omologato che prevedeva un nuovo muro con propria fondazione, mentre dagli accertamenti che e' stato possibile effettuare risulta che sia stato realizzato un sovralzo del muro preesistente, in netta difformità da quanto omologato”, come segnala l'ingegner Alessandro Fignani, (allora) dirigente responsabile del Genio civile di Massa Carrara, in una nota del 17 novembre scorso.

Ma come è possibile che sfugga “tutto a tutti” nell’imminenza del disastro, che lettere dei Vigili del Fuoco “non giungano a destinazione” e che nessuno degli altri enti metta in atto procedure di accertamento sull’assegnazione degli appalti, su ditte e realizzazione dei lavori? Come sono stati assegnati le decine di milioni stanziati per i lavori di messa in sicurezza del Carrione? Qual'e la loro dislocazione e qual'e la loro mappatura? Tutte domande ovvie e legittime considerando quanto finora accaduto in quel di Carrara.

Per ora impazza il Toto responsabilità fra Provincia, Regione e Comune assistiamo alla messa in scena che avvicenda i dirigenti di riferimento, come succede sempre in questi casi, il “valzer del cerino spento”, insieme alla scontatissima Commissione d’inchiesta di cui sono noti i risultati  in questi casi, cioè nebbia assoluta!

Occupazione – I cittadini imbufaliti hanno occupato il Comune chiedendo la rimozione del sindaco Zubbani e il commissariamento dell’ente locale. In ultima istanza di chi dovrebbero essere la responsabilità in una situazione del genere se non di un sindaco che governa la città da dieci anni? Un sindaco la cui rielezione ha allungato ombre di brogli elettorali che hanno visto la soppressione dei risultati elettorali in quattro sezioni e venti seggi elettorali rendendo "discutibile" la legittimità del secondo mandato, con il giudice che ha omologato il suddetto risultato elettorale "promosso" fulmineamente sottosegretario!

Un sindaco spesso garante di equilibri complessi, intricati, che vedono le cave al centro di uno scandalo a stento mascherato, ma che a più riprese riemerge carsicamente sotto forma di: strada dei marmi, di concentrazione di settore da monopolio, di concessioni ottocentesche e decreti regi che con l'ultimo "colpo di genio" societario hanno fatto "cascare" la Marmi Carrara in pochissime mani (ben controllate) da "un direttorio di colletti bianchi" che controlla guarda caso anche il porto con un regime societario di quasi extraterritorialità garantito dalla legge Burlando (istituzione delle Porto spa). Che colpo!

Un operazione lunga e perseguita con lucida determinazione espropriare i cittadini e il territorio dell'oro bianco et voilá ecco arrivare Bin Laden da poco subentrato nella proprietà del 50% proprio della  marmi Carrara. Che dire della regia di Giulio Andreani, che dire del ruolo del Sindaco Pucci come "mediatore" e poi come consigliere di amministrazione proprio nella Marmi Carrara oltre che socio di Bogazzi? Quel Bogazzi che vende le sue quote di Sam - IMEG a quattro volte i multipli del settore proprio nel 2009 sempre coordinato nell'operazione dal tributarista - fiscalista Giulio Andreani? Si proprio quel Bogazzi che è sempre presente a cene e pranzi organizzati in locali off limits a cui, però, sono sempre portatori d'interessi e giornalisti compiacenti delle testate locali che suonano la "grancassa" per far conoscere le scelte dei potenti locali.

Ecco questi personaggi nel momento del dramma "calano" il carico da undici diventando i "benefattori" con la Marmi Carrara, le cooperative che detengono quote nella società (Gioia, Lorano e Canalgrande), Red Graniti famiglia Conti (ex sindaco), Sam e Nuovo Pignone, a far da capo fila nella promossa e sbandierata operazione BENEFICIENZA, si fa per dire, agli alluvionati con 200.000 euro (una cifra da barboni) che anche Caval Donato si rifiuterebbe di digerire aprendo la bocca!

Ma il salotto buono del lapideo ha deciso di metter su "....un comitato che dovrà decidere i criteri per la distribuzione delle somme di denaro....parte delle quali verrano utilizzate per aiutare le famiglie che hanno perso tutto...." Chi poteva essere scelto come presidente di tale comitato pro alluvionati di Marina di Carrara? Sempre LUI, sua eminenza Giulio Andreani (insieme al Parroco della Santissima Annunziata). Un nuovo Medio Evo: Feudatari, Vassalli, Valvassori e Valvassini!