giovedì 14 gennaio 2016

DAESH NEI BALCANI: ITALIA PROSSIMO OBIETTIVO?


Da st Denis a SULATANAMETH, dallo stade de France alla moschea blu, i kamikaze si aggirano per L'europa, negli ultimi giorni si sono rifatti vivi (si fa per dire) in TURCHIA, il paese piú vicino alle basi di DAESH, non solo geograficamente. La strategia è chiara seminare il terrore e l'insicurezza nelle piú importanti capitali del turismo mondiale e "accecare" i media internazionali con un diffuso pulviscolo, di atti eclatanti, mentre la strategia d'aggiramento continua, proprio dalla frontiera colabrodo tra balcani e Grecia, dove, da anni, ormai approda di tutto.

Gli ultimi sviluppi ci segnalano una "manovra" che da lungo tempo l'estremismo jihadista persegue con paziente è calcolato cinismo per poter "sbarcare" direttamente in Italia e nel cuore dell'Europa direttamente dalle coste adriatiche dei Balcani. Una frontiera permeabile e contesa fra focolai di conflitti etnici e religiosi, mai sopiti, che sia snodano fra Albania, Bosnia, Serbia e Montenegro, qui albergano da almeno una ventina d'anni i fantasmi che oggi si materializzano nelle nostre città: bombe umane armate fino ai denti.

La comunicazione moderna difetta spesso di memoria storica, così utile nell'analisi e nel giornalismo d'inchiesta, il jihidismo, la fatwa lanciata dall'estremismo religioso islamico, è un anatema secolare che ha ripreso a bruciare nelle braci dei conflitti inter etnici dei Balcani all'epoca della guerra civile jugoslava a cavallo degli anni '90. Qui si annida la radice "maligna" delle bandiere nere che si sono insinuate in antiche "ruggini" di cui i Balcani sono, da sempre, l'incubatore, li si sono presentati (per la prima volta, per quel che ne sappiamo) quelli che oggi chiamiamo "foreign fighters". La pista è quella delle formazioni paramilitari e del traffico d'armi.


BOSNIA, LE BANDIERE NERE DEL "DAESH"

BOSNIA - Zenica, è tristemente famosa per aver "ospitato" una formazione paramilitare le cui oscure gesta fanno ancor oggi rabbrividire per la loro efferatezza, correva l'anno 95, solito teatro di guerra ex Jugoslavo: 

" La loro caserma e' in una miniera di carbone nel villaggio di Podbrezje, sulle montagne sopra Zenica, in fondo a una stradina sterrata. All' ingresso sventola una bandiera completamente nera. Non ci sono insegne, non ci sono cartelli stradali. Solo una scritta a mano sul muro: "Allah Akhbar", Dio e' onnipotente. Un gruppo di soldati giovanissimi con la barba lunga e i capelli corti presidia il cancello, Kalashnikov alla mano. Eccoli i mujaheddin dell' esercito bosniaco, la piccola ma feroce "legione straniera" islamica che . in nome di Allah . va in prima linea contro i serbi portando a termine missioni speciali da commando, lanciando spericolate incursioni dietro le linee nemiche o terrorizzando la popolazione civile. "Sono sanguinari, pericolosi, fanatici. Quando partono all'attacco non si fermano più. Avanzano superando qualsiasi ostacolo, sembrano drogati. Amano il corpo a corpo. Finiscono i feriti, non risparmiano i civili. Sono coraggiosissimi". Cosi' li descrive la gente di Zenica, con un misto di ammirazione e di terrore. (Corriere della sera "duri, feroci sempre in prima linea ...." 23. 07.95, R.Orizio)

Sembra di rivedere a distanza di 20 anni quello che accade oggi fra le vie di città come: Raqqa, Kobane e Parigi, più che soldati di Allah, sono sanguinari paramilitari "drogati" e pronti a tutto in nome di DAESH o sedicente Stato islamico della Siria e del levante. All'epoca però queste formazioni operavano a ridosso dell'Europa, in una Bosnia insanguinata da conflitto etnico religiosi, oltre che dalla guerra civile Ex Jugoslava. Prove generali di quello che è oggi l'attacco al cuore dell'Europa e alle sue tradizioni democratico repubblicane e alle sue radici giudaico cristiane? Sembra proprio che da qui sia partita un offensiva all'occidente che ancora deve essere arrestata. 

Continua: "Nessuno li conosce direttamente, perché non si fanno avvicinare. Ma amici e parenti che tornano dal fronte fanno filtrare in città le imprese dei mujaheddin. Vengono da Iran, Afghanistan, Sudan, Egitto. Ma si racconta che tra di loro ci siano anche alcuni musulmani neri americani seguaci di Farrakhan, e perfino alcuni convertiti europei che hanno lasciato Francia, Svezia e Gran Bretagna per arruolarsi in questo speciale battaglione".


IL "PROTOTIPO" DEI FOREIGN FIGHTERS, PROVE TECNICHE D'ATTACCO

Gli attuali "foreign FIGHTERS ", sono già un precedente storico e da tempo si sono "rivelati" nel cuore dei Balcani, senza che nessuno si fosse reso conto del "devastante deriva" che avrebbe potuto avere questo fenomeno, vent'anni dopo. Qua non c'erano analisti a segnalarne le gesta o esperti a tracciarne i profili psicologici e comportamentali, come accade oggi dai Tg ai talk show, dagli speciali alle trasmissioni 
di approfondimento. Nessuno si è reso conto degli "oceanici" traffici d'armi che transitavano, insieme a questi "soggetti", (nonostante l'articolo ripreso sia del 95) attraverso le varie frontiere europee con il bene placito di molti Stati.
Il risultato è sotto gli occhi del mondo che assiste "attonito" alla guerriglia urbana che si respira in tutta Europa fino ai confini turchi con la Siria.

Continua: "Quando li vedo cambio direzione. Mi fanno paura", confessa una vedova che abita non troppo distante dalla miniera e li vede andare e venire su piccoli furgoni con targa civile. Il nome del villaggio dove vivono i mujaheddin viene sussurrato quasi con terrore anche dalla gente che dovrebbe sentirsi protetta da queste avanguardie dell'Islam. Una delle ragioni e' che il governo bosniaco ha dato loro la libertà' di sparare a chi vogliono e quando vogliono, senza rispettare alcuna legge che non sia quella della guerra santa".

COMPLICITA' - quantomeno della Bosnia sono evidenti, nessuna regola d'ingaggio e libertà assoluta di depredare e uccidere. Ma chi si ricorda di una sanguinaria guerra civile di metà anni 90 oggi? Nessuno! 

Sempre dallo stesso articolo: "Due giorni fa un gruppo di mujaheddin in libera uscita ha puntato le pistole contro lo stomaco di un operatore della tv tedesca, davanti a decine di passanti. "Se filmi spariamo", e' stato l'avvertimento........ "All'inizio, quando sono arrivati, l'esercito bosniaco li ha utilizzati come forza d'assalto. Sembravano onnipotenti, avanzavano in qualsiasi condizione. In molti casi rifiutavano di farsi curare le ferite e, piuttosto, chiedevano di morire sul campo", racconta un ufficiale inglese di stanza a Vitez. Ora pare che la terza armata bosniaca, da cui dipendono, li abbia emarginati perché la loro presenza e' fonte di mille problemi".

Anche allora (in un teatro di guerra) questi "Rambo jihadisti" non erano tollerabili ed alla lunga, erano "sfuggiti di mano", nonostante un inquadramento dentro un esercito regolare: 

"Formalmente il battaglione dei mujaheddin e' inquadrato nella settima Brigata Muslimanska, detta anche "La Gloriosa", un reparto speciale formato esclusivamente da fondamentalisti islamici ma bosniaci.Le insegne della Muslimanska vengono esposte nelle vetrine dei principali negozi di Zenica. I suoi soldati . "i nostri eroi", come li definisce Hasan, poliziotto di 64 anni, ora in pensione, sfilano nelle parate con una strana divisa bianca da karate e intorno al capo una fascia verde con sopra i primi versetti del Corano".

Rileggendo queste righe non c'è da stupirsi di quanto siano evidenti i parallelismi con quanto accade oggi fra i combattenti di DAESH (simbolismi si sprecano) con l'aggiunta di una sapiente propaganda dell'efferatezza delle loro azioni e riprendendo le esecuzioni degli "infedeli", siamo in perfetta coincidenza con quanto faceva la macchina di comunicazione nazista durante la seconda guerra mondiale. Ma non finisce qui.

CANALI LOGISTICI, I FINANZIATORI: LA BRIGATA "MUSLIMANSKA" 

"Alle dipendenze della brigata Muslimanska, ma con larga autonomia di azione, ci sono i mille uomini del commando chiamato "Cigni neri" e i mujaheddin. Quanti siano i "legionari" e' un mistero. E probabile che il numero non superi il migliaio, ma la rotazione e' frenetica perche' le perdite sono altissime. Per l' esercito bosniaco mujaheddin e' sinonimo di kamikaze. "Vengono reclutati dai Fratelli musulmani e il governo paga molti dollari per averli qui", dice qualcuno. Molti mujaheddin arrivano in Bosnia viaggiando sui convogli umanitari delle organizzazioni islamiche, che a Zenica si sono installate con scuole coraniche, infermerie, depositi di vettovaglie per i profughi. Zenica e' la città' bosniaca dove e' più frequente vedere donne velate. L'Università Pedagogica Islamica, fondata tre anni, forma i futuri insegnanti di religione e sta costruendo un nuovo campus con denaro arrivato da Arabia Saudita e Kuwait. Sono tutti argomenti tabù nella miniera con la bandiera nera. L' unica risposta che esce dalla caserma e' raggelante: "Via entro 30 secondi o spariamo".

Questo passaggio da l'idea esatta da dove sono venuti, chi li finanziasse e con quali canali si siano poi insediati nei Balcani e come da queste "enclavi", in entità statuali costituite, si siano in seguito disposte a fare RETE in Europa, il resto è storia dei nostri giorni e di una convulsa attualità che ci aggiorna sulla contabilità degli attentati.

IL CANALE ALBANIA

Torniamo alla cronaca di oggi, si apprende che il DAESH sta reclutando in Italia potenziali jihadisti proprio partendo dalle coste dell'Albania, un canale aperto da anni, che attualmente facilita il reclutamento di miliziani tramite emissari albanesi:

"...requisiti richiesti... due, «un’ottima conoscenza della lingua italiana» e «buone capacità informatiche»......soldi offerti 2000 euro. Ad allarmare l’intelligence italiana è un ultimo inquietante report su una rete di fiancheggiatori dell’Isis che sta arruolando nuovi «reclutatori». L’obiettivo è infiltrare ambienti islamici italiani, e farlo attraverso insospettabili di nazionalità albanese. Lo dicono i dossier dei servizi segreti, lo confermano le inchieste: l’Albania è un problema enorme per l’Italia (e di conseguenza per l’Europa), il nuovo fronte di lotta al terrorismo islamico". (Fonte La stampa "ISIS cerca reclutatori nei Balcani...13.01.2016)

Questi retroscena partono da un nome: Ibrahim Nevo, cittadino Genovese ucciso in Siria nel 2013, arruolato proprio nella famigerata brigata internazionale Muhajhiriin guidata dall'emiro "rosso" Abu Omar Al Shisani, uno dei leader militari di DAESH in Siria. 

Prosegue l'articolo: "Chi aiutò lo studente genovese a entrare nelle fila di quella frangia di combattenti di fede musulmana radicale? Secondo la procura di Genova, che poco più di un mese fa ha trasferito il fascicolo ai colleghi delle Marche, una rete di reclutatori che fa base ad Ancona, scalo strategico per gli scambi con i Balcani e ideale per affari poco puliti perché fuori dalle rotte principali".

Ad Ancona "si chiude il cerchio" siamo già in Italia ed facile intuire quanto sia facile pianificare eventuali atti di ritorsione e attentati direttamente su territorio italiano.

Conclude: "È qui che inizia la seconda parte della storia. Gli accertamenti in questo caso partono da un imprenditore italiano.......ad attirare le attenzioni su di lui (delle fiamme gialle) è un traffico internazionale di sostanze tossiche.......(fra Albania e Siria). La porta d’accesso è il confine greco, un colabrodo attraverso cui passano facilmente uomini e merci. In questo crocevia si inserisce una rete di attivisti e predicatori islamici radicali, molti dei quali albanesi arrivati dal vicino Kosovo. Cercano gente che parli bene l’italiano e l’Albania ne è piena. 
E questo elemento spiega perché l’allerta sui rischi in arrivo dai Balcani non è mai stata così alta".

lunedì 7 settembre 2015

CENTRO DESTRA: LA SFACCIATAGGINE DEGLI SCONFITTI!

Stamane ho ricevuto con una certa sorpresa un comunicato del "redivivo" Popolo Azzurro" che mi accingo prontamente a pubblicare: 



Dopo il “raccapricciante” esito elettorale, il centro destra, o per meglio dire gli “spezzoni” che ne restano dopo il naufragio del PdL alle amministrative 2013 massesi (u.s), si ripresenta con la solita nefasta polemica su chi rappresenta cosa.

Per nemesi, come accade (sempre) agli alleati del consigliere Benedetti, il candidato più votato della sua lista (“Benedetti Sindaco amministrative u.s.), nonché segretario di Forza Nuova, si ritrova ad essere oggetto degli strali di colui che ha contribuito ad eleggere.

La vicenda mostra tutto il malessere che si respirava (sin da subito) nelle file della lista civica, ma la reazione scomposta sulla stampa locale del residuale gruppuscolo che annovera fra le sue file M. Angeli (voce di Benedetti), M. Rivieri (“residuato bellico di Fli”) prende di mira anche un altro “ex” S. Casalini, reo di aver presentato la propria candidatura ad un Centro destra “riunificato”.

Sorprendenti le dichiarazioni di M. Angeli: “non ho fiducia nell’ideatore del progetto …(n.d.r. Casalini)”. Quale “fiducia” dovrebbe invece nutrire il centro destra verso S. Benedetti, da sempre primatista del cambio di casacca, inventore di sedicenti "formazioni politiche", sostenitore di uno Zubbani appoggiato dal PD e da frange di una sinistra anacronistica, tribuno dedito alla strumentalizzazione demagogica e alle “apparizioni scenografiche” sui giornali per acchiappare consenso, ma sempre pronto a fare un opposizione di facciata e mai di sostanza? Che fiducia dovrebbe nutrire l’elettore verso soggetti (vedi S. Caruso) che hanno contribuito a dividere,  “polverizzare” il centro destra massese, negli anni fino a farlo diventare quello che è oggi, una
accozzaglia d’individui (sempre i soliti) che si sono distinti per litigiosità e incapacità politica?

Sono loro che hanno ridotto il centro destra a percentuali risibili inanellando insuccessi politici uno dietro l'altro, per venti lunghissimi anni, senza che nessuno abbia avuto la forza e il coraggio di cacciarli fra il pubblico ludibrio. Hanno svenduto puntualmente la candidatura a sindaco di centro destra al candidato più debole in lizza favorendo i peggiori giochi con la maggioranza. Dunque, secondo la signora Angeli, ultima arrivata sulla ribalta della politica massese, ci dovremmo fidare di questa gente (con cui si accompagna)?

Ci facciano il piacere si mettano da parte e tacciano risparmiandoci gli ultimi scomposti schiamazzi, prima di essere DE - FI - NI -TI - VA - MENTE azzerati dalla loro stessa incompetenza e irresponsabilità!




Popolo Azzurro
Per un "Centro destra Riunificato"

lunedì 10 agosto 2015

L'OMBRA DELLA MAFIA SU AUTOTRASPORTI E BONIFICHE


"La Spezia. Sono i camion, gli autoarticolati, le motrici e i container da centinaia di migliaia di euro il nuovo business della ’ndrangheta" sintetizza il secolo XIX subito dopo l'ennesimo arresto "dell'imprenditore" Trusendi. (12.06.2015)

Più appropriatamente quello che sembra essere più che un business un vero e proprio schema per sottrarre al sequestro di beni e denari d'illecita provenienza attraverso operazioni societarie (così definite) infragruppo è descritte dal secolo XIX 07.12.12:

"In particolare, le indagini sono scaturite da complesse attività ispettive di natura fiscale, avviate a partire dal febbraio 2010, hanno interessato 5 società rientranti in un gruppo di imprese, tutte riconducibili al 67enne Riccardo Trusendi ......Le verifiche fiscali, afferma la Finanza, supportate anche da articolate indagini finanziarie..... «hanno permesso di delineare un complesso sistema di gestione dell'attività di trasporto organizzata dall'imprenditore, finalizzato, anche mediante l'emissione e l'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti "infragruppo", a evadere le imposte e a "svuotare" le società in procinto di fallire prima di organizzare il trasferimento all'estero della loro sede» si legge appunto nel comunicato della Finanza".

Il dato rilevante negli sviluppi sulle indagini del "caso Trusendi" 2015 è però  l'accostamento alla ndrangheta, nonostante i ripetuti provvedimenti restrittivi delle libertà personale inflitti al personaggio in questione, al di là dell'evasione fiscale per cifre enormi. L'imprenditore di Arcola sembra essere lo "schermo" attraverso il quale far sfuggire all'estero capitali e beni con operazioni fotocopia.

Secolo XIX La Spezia 23. 05. 2015

"Un tesoro da 2 milioni di euro: camion, rimorchi, auto e pullman turistici e per gite scolastiche. Così, secondo l’Antimafia, la ’ndrangheta ricicla il denaro provento del traffico e dello spaccio di droga, dell’usura e dell’estorsione in provincia della Spezia.....il provvedimento che dispone il sequestro e la confisca di beni riconducibili a Domenico Romeo, nato a Roccaforte del Greco 59 anni fa, residente ad Arcola e ritenuto «personaggio di elevato spessore delinquenziale». L’indiziato, per gli inquirenti «ha ricoperto il ruolo di referente strategico di una ramificazione ligure della ’ndrangheta, i cui vertici risiedono in provincia di Reggio Calabria».

TRUSENDI - ROMEO

Stesso luogo, Arcola, stesso business:i trasporti, che a distanza di cinque anni dall'inizio delle indagini mettono in evidenza una vasta rete di connessioni che ci portano in Africa e Medio Oriente. Il noto imprenditore però sembra sempre rimediare condanne minori nonostante inquietanti analogie con personaggi del calibro di Domenico Romeo, al punto che un quotidiano locale il 3.3.2012 commentando l'ennesimo arresto dell'imprenditore ci segnala:

"....  Trusendi, 67 anni, imprenditore nel settore trasporti di merci su strada, dovrà scontare 11 mesi di reclusione e 9 di arresti per cinque condanne riguardanti favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, bancarotta fraudolenta, impiego di manodopera clandestina, lesioni personali colpose gravi....dovrà inoltre pagare 9mila euro di ammenda.....essere interdetto dai pubblici uffici per cinque anni e, infine, per 10 anni essere interdetto dalla attività imprenditoriali".

La domanda è semplice quanto ovvia il nostro imprenditore, oltre ad essere inseguito dalle procure di mezza Italia, nonostante abbia ricevuto una pena piuttosto modesta per i reati che gli vengono contestati, continua ad impazzare nel settore dei trasporti per cinque lunghissimi anni (2010 - 2015) facendo "dumping" (concorrenza sleale) nel proprio settore, evadendo decine di milioni di euro oltre ad essere sbattuto in prima pagina negli ultimi giorni dal secolo XIX con il seguente titolo:"Nrandgheta, gli affari sospetti del “re dei trasporti" e nessuno si era accorto di niente ad Arcola e dintorni (La Spezia)?


PIAZZALE CITTÀ DI MASSA

Tuttavia autotrasporti e autotrasportatori non sono estranei a vicende di mafia proprio nel nostro territorio e la mente va al "piazzale città di Massa" e a un inchiesta esplosiva che si sgonfiò qualche mese dopo con una misteriosa archiviazione. Ma l'area del piazzale era al centro di una scandalosa vicenda che vedeva l'interramento di rifiuti tossici per costruire la massicciata del piazzale interno al Porto di Marina di Carrara e alla foce del Carrione. Un intervento discutibile e realizzato anche da un personaggio già noto alle cronache della nostra testata: Nazzareno Carullo.

La vicenda però s'intreccia con altre questioni di scottante attualità che riguardano la nostra zona al punto che ci riporta proprio a l'operazione SINBA:
 ".........31 gli arresti disposti dall'Autorità Giudiziaria a seguito dell'inchiesta del NOE e scriveva, sempre “Il Tirreno”:  “1 milione e 200 mila tonnellate di rifiuti, lucrando circa 90 milioni di euro. I reati contestati sono associazione per delinquere, disastro ambientale, peculato, corruzione, turbativa d' asta, abuso d'ufficio, falso, truffa e traffico di rifiuti. Il gruppo agiva tra Toscana del nord e Liguria. C'erano ditte che prendevano l'incarico di bonificare aree inquinate: ...piazzale città di Massa, una grande terrazza sul mare; la ex discarica Imerys, sempre a Massa; fanghi al porto di La Spezia; l'azienda  Cpl di Massa; i rifiuti alluvionali del Comune di Carrara.
Materiale pericoloso che non sarebbe stato trattato o smaltito ma anzi utilizzato per ripristinare altre aree: il piazzale del cimitero di Aulla, lo svincolo autostradale di Viareggio, ma anche lo stesso Piazzale della città di Massa. Le ditte contavano su molti appoggi. (Tre carabinieri di Sarzana (Petrongolo, Ricci, Menchini) e un poliziotto della stradale di Spezia (Sergi) sono finiti in manette. Avrebbero guidato e scortato i trasporti più delicati...”)

La questione è delicatissima e potrebbe riaprire un capitolo vergognoso che la nostra città ha dovuto "digerire" con un archiviazione e l'assoluzione dei personaggi coinvolti, ma vediamo meglio nel dettaglio come andarono le cose:

"...E' il 2005 ed a Massa scatta una maxi inchiesta relativa ai rifiuti. Un inchiesta che, per quanto pubblicamente emerse e per quanto qui ci interessa, coinvolgeva la “LIGURE ASFALTI”. Non da sola, ovviamente. Erano decine e decine gli indagati, per l'esattezza 68. Tra questi, ad esempio, un tecnico dell'ARPAT, BERTOLINI Marco. Scriveva “Il Tirreno”:

"Bertolini dovrà chiarire soprattutto la sua posizione rispetto al cantiere di Colonnata della Ligure Asfalti srl di Sarzana. Secondo gli inquirenti, avrebbe tenuto un comportamento omissivo, nel senso che - sempre secondo l’accusa, che è tutta da dimostrare - non avrebbe proceduto, pur essendo venuto a conoscenza di fatti ritenuti illeciti in merito allo smaltimento dei rifiuti, in particolare lo stoccaggio non autorizzato. Bertolini è l’unico in carcere dell’Arpat, ma sotto inchiesta ci sono anche Renato Iardella e Carlo Righini, oltre che gli ex Gino Camici e Gino Biancardi (questi ultimi due attualmente della Abc Ambiente)”. (Casa della Legalità)


INQUIETANTI ANALOGIE

Le analogie con il caso in questione non finiscono qui e tornano alla ribalta con la recente vicenda della "marmettola" interrata in prossimità di un bed & breakfast di Arcola, al centro della nostra inchiesta:

".......Confindustria non ha mai avuto nessun tipo di rapporto con la Sirmi srl. La nostra marmettola finisce tutta a Cava Fornace, discarica autorizzata al confine con la Versilia».

Così il direttore dell’Associazione industriali di Massa Carrara Andrea Balestri, che a seguito dell’ennesimo scandalo sui rifiuti, definisce i contatti tra imprenditori del marmo e Cava Fornace......la marmettola prelevata dalle segherie della provincia di Massa Carrara finisce tutta nella discarica di Montignoso, gestita dalla Progetto Ambiente, una srl controllata in parte da una municipalizzata del comune di Prato".

Continua: " ...I provvedimenti sono stati eseguiti dai carabinieri del Noe di Firenze in collaborazione con i comandi provinciali di Massa e La Spezia coordinati dalla procura distrettuale antimafia di Genova ....Nell’ambito della stessa operazione sono state eseguite perquisizioni e posti sotto sequestro preventivo circa due ettari di uliveto a Pietralba di Arcola..." come riporta il Tirreno (10.12.2014)

Si da il caso che proprio il sito di stoccaggio della "marmettola" di Cava Fornace, a Montignoso, risulti coinvolto in vicende poco chiare nell'articolo "Accerchiati":

"Nel 2012 la cava di Montignoso riceve la bellezza di 314.020 chili di terre e rocce di scavo provenienti dall’ex cava Bargano, nel comune di Villanova del Sillaro, in provincia di Lodi. Solo per questo motivo chi si interessa di corruzione e infiltrazioni mafiose alza le antenne. Ma proseguiamo. Siamo andati subito a controllare chi ha effettuato i trasporti. Udite, udite: è la FURIA SRL di Fidenza (Parma)! Nel 2013 una indagine sulla Bonifica di Cornigliano (Genova) vede indagati 14 imprenditori. Secondo la Procura la situazione è grave: un cartello di imprenditori ha cercato di spartirsi illecitamente una fetta di appalti a Genova da venti milioni di euro. Fra gli indagati due nomi importanti, due nomi che ricorrono nella nostra inchiesta: Gino Mamone ( Si, si proprio lui, quello segnalato dalla Dia come punta di riferimento ‘ndranghetista in Liguria) e Gino Furia. Ma chi, il titolare della Furia Srl di Fidenza che ha trasportato i materiali tossici da Lodi a Montignoso? Ma allora siamo messi male: siamo circondati! La storia non finisce qui, andremo avanti con il prossimo articolo.

Infatti la storia non finisce qui come potete constatare, ma ciò che desta il maggiore sospetto è la circostanza che vede il sito iscritto in una sospensiva antimafia immediatamente revocata...

"La nostra provincia non ospiterà l’amianto dell’Emilia Romagna, quello derivante dalle macerie di costruzioni e capannoni, anche industriali, devastati dal terremoto del maggio 2012. E' saltato infatti, in maniera clamorosa, il contratto tra la Regione Emilia Romagna e la società Progetto ambiente Apuane spa che gestisce la discarica autorizzata di cava Fornace a Montignoso ....Ed è saltato perché la Prefettura di Massa Carrara ha adottato una “informativa antimafia interdettiva” nei confronti della ditta. Che cosa abbia generato questo parere non sappiamo.......
I fatti della vicenda sono invece raccontati nell’ordinanza numero 4 del 13 gennaio scorso della Regione Emilia Romagna a firma del nuovo presidente Stefano Bonaccini che è anche commissario delegato.......per la ricostruzione...in particolare dello “smaltimento di rifiuti speciali pericolosi costituiti da lastre o materiale di coibentazione contenente amianto”. Per questo il commissario tramite l’agenzia regionale di sviluppo (Intercenter) aggiudicò a seguito di una procedura ad evidenza pubblica, il servizio di smaltimento alla Programma ambiente Apuane spa con sede legale a Montignoso. Il 17 luglio 2014 la Intercenter quindi chiede alla Prefettura di Massa l’accertamento in tema di antimafia della ditta".

Ma in realtà qualcosa nel frattempo è accaduto: "....A fine novembre....Alessandro Canovai, il presidente della municipalizzata pratese dei rifiuti, la Asm (che è socia di Programma Ambiente spa, la società proprietaria della discarica di Montignoso insieme ad altri privati) è stato rinviato a giudizio nell’ambito di una inchiesta della Procura di Catania sul traffico dei rifiuti. L’accusa è di associazione per delinquere alla frode di pubbliche forniture. (Il tirreno 22.02.2015)

A questo punto una domanda è d'obbligo, se il sito funziona ancora che fine ha fatto l'interdittiva antimafia? perché non è stata applicata? Che ruolo ha avuto l'ARPAT (visti i non commendevoli precedenti) chi doveva vigilare? A che livelli amministrativo - istituzionali e soprattuto quanto è estesa la rete mafiosa che si occupa dello smaltimento illegale di rifiuti?

CINQUE STELLE, ARPAL & ARPAT

Le vicende appena descritte lasciano alquanto perplessi rispetto all'utilizzo del sito di smaltimento (rifiuti non pericolosi) di Cava Fornace a Montignoso, in relazione al carico proveniente da Lodi di terre contaminate da "diossina" e non solo. A questo proposito:

"......La relazione di Arpat ci è stata consegnata (Tirreno) dal Movimento 5 Stelle che torna all'attacco sulla questione...:

«Dopo l’interrogazione parlamentare presentata da noi (nell'interrogazione in Parlamento i grillini chiesero al ministro dell’Ambiente se si stesse rispettando in Italia la legge 36/2003 che impone parametri specifici per l'insediamento di discariche all'interno di siti particolari, come quelli carsici), e dopo l'intervento in Senato di Laura Bottici sulla discarica di cava Fornace...nella commissione sulla discarica del 6 marzo, è stato comunicato, con colossale ritardo, che Arpat avrebbe eseguito controlli a cava Fornace. In seguito a questi accertamenti in ambito AIA, effettuati addirittura l'8 ottobre 2013- continuano i grillini- Arpat ha rilevato partite di rifiuti non opportunamente caratterizzate, mancando i parametri per Pcb (policlorobifenili) e diossine. Si tratta di fanghi di dragaggio provenienti dalle operazioni di messa in sicurezza del fosso Fescione – spiega il M5S – , e da terre e rocce conferiti dal cantiere di Camp Derby, bonificato in quanto inquinato da piombo e antimonio». (Il Tirreno 8.3.14)

Ma come stanno veramente le cose allora? Perché lo stesso quotidiano il 26.9.12 riportava le "rassicuranti" risposte di ARPAT:

Quali sono i livelli di diossina registrati sul terreno arrivato dall’ex cava Bargano?

«I dati relativi diossine e furani risultanti dai rapporti di prova, come calcolati dall’Arpa Lombardia sui due campioni presi in esame – spiega l’Arpat – risultano pari a 149,94 e 156,29 Te ng/kg secco, dove “te” sta per tossicità equivalente. Il dato analitico prodotto per Programma Ambiente Apuane dal laboratorio di fiducia risulta pari a 148 ngTe/kg secco. Il laboratorio incaricato da Furia (che ha gestito il trasporto, ndr) non ha invece eseguito la determinazione delle diossine e furani».

Qual è il valore limite di diossina per considerare non pericoloso un rifiuto che la contiene ?

«I criteri di ammissibilità stabiliti dal Dm 27.09. 2010 stabiliscono la possibilità che rifiuti contenenti diossine e furani con una concentrazione non superiore a 2000 ng Te/kg secco possano essere smaltiti anche nelle discariche per rifiuti non pericolosi: le concentrazioni misurate anche dall’Arpal sono, quindi, molto inferiori ai limiti stabiliti».

Perché l’Arpat segnala che l’Arpal ha considerato il dato sulle emissioni e non quello per il conferimento in discarica? Cosa comporta?

«L’utilizzo della tabella presa a riferimento da Arpal per il calcolo della tossicità equivalente delle diossine e dei furani al posto della tabella 4 del Dm 27.09. 2010 (criteri di ammissibilità dei rifiuti in discarica) non comporta differenze sostanziali sull’esito delle analisi, in quanto i valori ricalcolati correttamente corrispondono, per i due campioni interessati, a 150,10 e 156,68 ng Te/kg secco contro rispettivamente i 149,94 e 156,29 ng/kg secco TeQ calcolati dall’Arpal. Arpat ha ritenuto doveroso segnalare l’inesattezza pur non avendo conseguenze significative sui risultati».

Perché la Provincia di Lodi si prende la briga di comunicare all’Arpat l’arrivo di un carico contenente diossina?

«È prassi consolidata che, nel caso in cui rifiuti provenienti da attività di bonifica siano conferiti in siti fuori provincia o fuori regione, sia data notizia all’amministrazione competente (Provincia), per attivare eventuali controlli».

Perché l’Arpat effettua un controllo sui rifiuti sulla stregua di una documentazione prodotta per due terzi dal soggetto che gestisce la discarica e da quello che effettua il trasporto?

«L’analisi su diossine e furani, di cui Arpat ha preso visione, sono state effettuate sia dal privato con laboratorio di fiducia, sia dall’Arpal, con risultati molto simili e ben al di sotto dei valori limite per l’ammissione in discarica. Sulla base di tali valori, limitati in valore assoluto e comunque qualificati, in quanto provenienti anche da fonte pubblica, Arpat ha ritenuto tali informazioni sufficienti ai fini della caratterizzazione dei materiali».

Ci sono prescrizioni atte a garantire che le analisi prodotte dai soggetti privati siano imparziali e indipendenti?

«Un livello elevato di garanzia sulla competenza dei laboratori, sia pubblici che privati, nello svolgere attività analitiche è attestato dal sistema di accreditamento nazionale dei laboratori di misura e prova che fa capo all’ente terzo Accredia, presso cui anche i laboratori di Arpat sono accreditati. In alcuni casi, inoltre, Arpat procede a visite presso i laboratori privati per valutare le modalità di conduzione delle prove».

COMUNICAZIONE ALL'AUTORITÀ GIUDIZIARIA

La questione questione però non è finita qui perché i Cinqque Stelle spiegano:

 «L'Apart ha rilevato che, anche la marmettola non proveniente dal nostro comprensorio, non ha certificazione relativa alla diossina e Pcb. Il tutto è stato comunicato da Arpat al comune di Montignoso e alla provincia di Massa-Carrara il 30/12/2013 e di quanto accertato Arpat ha dato opportuna comunicazione anche all'Autorità Giudiziaria». Insomma il M5S rivela che Arpat avrebbe fatto pervenire all’autorità giudiziaria un verbale in cui, in pratica, sembrerebbe non rispettata la legge sul conferimento dei rifiuti in discarica:

«Troviamo scandaloso che, nonostante le nostre continue richieste di questi verbali obbligatori e la gravità dell'accaduto, la notizia sia stata resa pubblica dall’amministrazione solo dopo due mesi.
Ci chiediamo quali possano essere i motivi di così poca trasparenza e sensibilità.
Con questi metodi sempre di più si confermano i nostri dubbi che il controllo amministrativo sull'attività di discarica non dia sufficienti garanzie. (Il Tirreno 3.8.14)

L'articolo si conclude con l'ovvia richiesta della dimissioni del Sindaco e dell'assessore all'ambiente del Comune di Montignoso, ma al di là di quanto appena descritto dopo aver fatto un lunghissimo riassunto di quelle che sono evidenti indizi ed elementi a carico del sistema di bonifica delle terre inquinate non si è visto nessuna iniziativa eclatante per stroncare questo lucroso ed illecito traffico che dura da decenni. Connivenze e complicità sono a così alto livello da by passare anche un interdittiva antimafia?! La risposta la lasciamo alla fantasia dei lettori......



martedì 24 marzo 2015

NATO BUSINESS & TRAFFIC CONNECTION

Parte 1°
Di Pier Paolo Santi & Francesco Sinatti
Nell’ambito dell’organizzazione NATO potrebbero essersi sviluppati degli apparati devianti che hanno agito nelle operazioni belliche degli ultimi quindici anni. Non ci sono solo intenti strategici e di difesa dei paesi dell’asse occidentale sotto la copertura di conflitti, ma spesso traffici a danno delle stesse comunità che dovrebbero tutelare. Nell’ambito di questa inchiesta metteremo in evidenza i collegamenti e le circostanze che stanno facendo emergere le finalità degli apparati appena menzionati. A seguito di un lavoro giornalistico durato due anni possiamo inserire oggi nuove ipotesi e piste investigative in uno scenario più complesso, su casi più o meno noti (di solito operiamo in questo modo, con prudenza per evitare teorie complottiste che farebbero perdere credibilità ad inchieste “scottanti”).

2000 TONELLATE DI ARMI SEQUESTRATE    1994, durante una operazione di controllo, un cargo battente bandiera maltese viene intercettato nella acque internazionali prospicienti il canale d’Otranto da un unità militare inglese. Siamo a cavallo degli anni della guerra civile Jugoslava (91-95). La destinazione finale era il porto di Rijeka. Il cargo”Jadran Express” avrebbe dovuto scaricare 133 containers di materiale bellico pari a duemila tonnellate, valore trenta milioni di dollari. La Dia( Direzione Investigativa Antimafia)  durante il processo renderà noto che si trattava dell’ultimo “viaggio” di 12, un traffico d’armi mai intercettato prima. Il carico venne Missilestoccato per cinque anni nel porto di Taranto avvolto nel più totale oblio. Il 19 maggio 2011 si ha notizia della localizzazione ( Isola di Santo Stefano) di parte delle armi sequestrate solo per una maldestra operazione di trasferimento verso la Sardegna, organizzata dal Genio supportato dalla Marina Militare. Nei piani c’era l’idea di caricare parte delle armi di quel sequestro su traghetti civili che dalla Maddalena ( importante base Nato) fanno la spola con Palau, sull’isola. Un imprevisto farà saltare la copertura: i valenti ingegneri del genio si accorgono all’ultimo momento che gli automezzi con i container superano l’altezza del ponte di carico dei traghetti di quella tratta. Reperiti traghetti idonei presso la compagnia “Seremar” l’operazione finalmente si conclude a Palau, tappa intermedia. Infatti, da Palau, i containers proseguono il loro rocambolesco viaggio per il porto di Olbia. Il metodo è sempre quello: si utilizzano traghetti civili per trasportare armi, lo scalo di destinazione è Civitavecchia, dove si perdono definitivamente le tracce (finalmente l’inteligence ha funzionato!). Nella prossima puntata vedremo che queste armi rientreranno in un traffico internazionale.
UN TRUCCO PERICOLOSO     Quanto appena descritto potrebbe essersi verificato anche nel porto di Livorno la sera del 10 Aprile 1991, quando il traghetto Moby Prince (140 persone a bordo fra equipaggio e passeggeri) lascia lo scalo destinazione Olbia (guarda caso). Quella stessa sera sono in corso manovre di carico e scarico di materiale bellico da parte di diverse navi appartenenti alla Nato (tre Usa più altre quattro militarizzate, tre Italiane e una francese) alcune in uscita dalla base di Camp Darby. L’ingente traffico illegale d’armi sembra rientri in una operazione denominata “Provide Confort”: soggetta ad inchiesta in quanto presunta operazione di copertura sotto l’apparente veste di missione umanitaria per il Kurdistan Irakeno. A rendere la vicenda ancora più inquietante è la presenza di un mercantile, la 21 Ottobre II della compagnia Shifco, divenuto tristemente noto per i traffici d’armi sulla rotta somala nonchè oggetto d’interesse dei giornalisti Rai uccisi, Ilaria Alpi e Milan Hrovatin ( Vedere libro ” Il Nido degli Scorpioni” ). La versione ufficiale presume che il traghetto abbia urtato la petroliera Agip Abruzzo durante l’uscita del porto a causa di una fitta nebbia di avvezione. Una inchiesta parallela, invece, rivela che la Moby Prince stava rientrando in porto dopo aver urtato presumibilmente una delle navi militari in rada. Questo spiegherebbe perche la sua prua fosse intrisa di nafta, combustibile non stivato sulla Agip Abruzzo ma “usato da navi e trafficato per commercio illegale di carburante o per fornire clandestinamente navi dedite a traffici criminali perché non possono rifornirsi regolarmente nella darsena petroli”(Famiglia Cristiana). Il primo impatto dovrebbe essere avvenuto con una nave diversa dalla Agip Abruzzo. In un secondo momento avendo invertito la rotta e con una approssimativa manovrabilità, la Moby Prince avrebbe urtato la petroliera. Non descriveremo la vicenda per intero perché molti fatti sono ormai noti (come la presenza della nave fantasma “Theresa” in verità Gallant 2, il cono d’ombra sulle comunicazioni, i mancati soccorsi e la morte nel combustibile sversato nel primo urto di uno dei marinai della nave).
A questo punto possiamo prospettare un ipotesi alternativa. Possiamo escludere che sulla Moby Prince non fosse stato caricato clandestinamente materiale bellico ed esplosivo (all’oscuro equipaggio e capitano) esattamente come nei traghetti che raggiunsero Olbia nel 2011? Una perizia della Procura di Livorno ha rilevato sulla Moby Prince tracce di Pentrite, T4 Rdx del tipo usato dai militari Usa. Ritornando alla 21 Ottobre II, chi può escludere che non dovesse fungere da mercantile per traffico d’armi anche in questa occasione? In quei giorni la 21 Ottobre II stazionava in riparazione presso il porto di Livorno. Cosa accadde la sera del 10 marzo? Un imprevisto? Inoltre: perché la 21 Ottobre II nonostante fosse in riparazione, come affermato da un testimone, lascia il porto la notte del 10 marzo? Era anch’essa coinvolta nelle operazioni oppure era un mercantile “scomodo” per il trasporto di ciò che avrebbe dovuto fare scalo ad Olbia (con la Moby Prince)?
Un imprevisto che fece decidere di caricare a bordo del traghetto che si dirigeva ad Olbia armi o esplosivi, vicino alla base Nato de La Maddalena, come nel caso del 2011? Il traghetto viene usato come mezzo di trasporto per eludere in extremis eventuali problemi logistici?  Questo implicherebbe che la NATO fosse in rapporti con Shifco (la compagnia della 21 Ottobre II) e il suo capo Omar Said Mugne ? E’ un caso che i maggior paesi aderenti alla NATO fossero stati accusati di traffici illegali di armi e materiale radioattivo in terra somala, dove principalmente operava la Shifco?
Seguendo questa ipotesi facciamo un passo indietro, ritornando al presunto impatto con una “nave fantasma”. Ovvio e prevedibile che il comandante della Moby Prince abbia ordinato una manovra d’emergenza nel tentativo di rientrare in porto. Al contempo “ambigue” risultano le dichiarazioni rilasciate dal capitano della Agip Abruzzo che paiono non coincidere con l’effettivo orientamento in rada della petroliera (della prua in specie) . Secondo la versione ufficiale il traghetto urta la petroliera in uscita dal porto ma seguendo le ultime perizie pare esattamente il contrario, cioè rientrando. Perché la petroliera si trovava in quella posizione? Rientrava nelle operazioni militari di quella sera? È per tale motivo che stazionava in una posizione differente da quella che avrebbe dovuto assumere seguendo le regole stabilite? Se all’interno della Moby Prince ci fosse stato effettivamente del materiale esplosivo (o munizionamento) clandestino, come da tracce rinvenute, quali conseguenze avrebbe avuto la scontata perquisizione da parte delle autorità portuali una volta che il traghetto fosse arrivato in porto? Scontata una commissione d’inchiesta con annesso incidente diplomatico. Seguendo l’iter di tutti questi nuovi fatti e coincidenze sembra proprio che la Moby Prince non dovesse attraccare ne con prove ne con testimoni a bordo.