domenica 22 febbraio 2026

LA STAGIONE DEI VELENI E DELLE AUTOBOMBA (misteri d’Italia III PARTE)

"LA SINDROME LIBANESE" Firme inconfondibili per eliminare testimoni, complici e inquirenti sono agguati, avvelenamenti e autobomba, modalità con con cui vengono "spazzate via" le testimonianze e le tracce lasciate da coloro che hanno a che fare con questi traffici. Un autobomba in particolare, promessa, ma mai esplosa fará terminare la stagione di "mani pulite", dopo quelle per Falcone e Borsellino " ...la Mafia stava giá progettando anche la sua eliminazione (di Antonio Di Pietro n.d.r.)....Come spesso accade, piú si arriva vicini a certe "veritá" e piú "La Veritá Vera" sì allontana."Nel 92 - racconta il pentito Maurizio Avola - doveva morire Di Pietro. L'omicidio si doveva fare dalle parti di Bergamo, dove viveva....per Lui era pronta un autobomba come per Falcone ...". Continua: "Alla fine non se ne fece nulla perchè, disse lo zio Nitto (Santapaola), I socialisti non avevano rispettato gli accordi". La rivelazione è del 96, man non è affatto sicuro che l'ex pm non avesse saputo nulla fino ad allora. Anzi proprio la consapevolezza del suo collegamento investigativo con Falcone e della tragica fine di quest'ultimo potrebbe aver influito sul progressivo calo di tensione nelle successive indagini di "mani pulite", soprattutto se riferite ai personaggi "a un passo da Dio", fino all'abbandono della toga...(Fonte: Voce "MARTELLI Di Pietro e le stragi ..) In modo diverso e per puro caso , in quel periodo, scampa ad un autobomba anche Maurizio Costanzo, noto volto della Tv e del giornalismo che, all'epoca, si stava particolarmente impegnando contro la Mafia con il suo "talk" proprio a seguito della drammatica scomparsa dei magistrati Falcone e Borsellino. In via Fauro (Roma), la vettura di Costanzo scampa miracolosamente ad un "botto" terribile ed il cratere, dove l'autobomba esplode immediatamente dopo il suo passaggio, la dice lunga sul potenziale distruttivo dell'ordigno. Anche qui le tracce ci riportano su personaggi di cui abbiamo accennato nelle righe precedenti, ma la stagione delle autobomba era cominciata qualche anno prima e aveva visto scampare all'attentato un altro noto magistrato: il giudice Carlo Palermo. CARLO PALERMO: UN GIUDICE TROPPO VICINO ALLA VERITÀ .. Da Trento alla Sicilia: intrighi e tradimento. Carlo Palermo diventa giudice istruttore di Trento a 33 anni. Nel 1980 scopre un traffico internazionale di droga e di armi da guerra, in cui spunta anche il ruolo di alcuni ufficiali dei servizi segreti stranieri e italiani, in particolare legati alla P2. «Scenari oscuri, che solo il tempo mi ha aiutato a chiarire – ricorda oggi –. Quasi tutto avveniva attraverso operazioni estero su estero. Si può dire che la storia d’Italia sia transitata su banche straniere, in particolare svizzere». L’indagine di Palermo sfiora società vicine al Psi. L’allora presidente del Consiglio, Bettino Craxi, presenta un esposto al Csm, che avvia un’azione disciplinare. Dopo altri esposti, la Cassazione trasferisce l’inchiesta a Venezia. Gli imputati vengono condannati in primo grado, assolti in secondo. «In Italia ci sono state pochissime inchieste sui traffici d’armi e nessuna ha raggiunto la verità - riflette Palermo -. C’è una grande ipocrisia di fondo: siamo tra i più grandi esportatori di armi al mondo, in qualche modo bisogna pur venderle» Continua Carlo Palermo: «Non ho mai smesso di cercare la verità, nemmeno per un giorno. Lo devo a chi in un istante ha perso tutto». 2 Aprile 1985, 8.35 del mattino. Il sostituto procuratore Carlo Palermo sta percorrendo la strada che lo porta verso il palazzo di giustizia di Trapani. È arrivato da 40 giorni, trasferito su sua richiesta da Trento per proseguire le inchieste del giudice Ciaccio Montalto, ammazzato due anni prima. Lungo il tragitto, a Pizzolungo, lo aspetta un’autobomba. L’autista del giudice la scorge mentre supera una piccola Volkswagen guidata da Barbara Rizzo, 30 anni, che accompagna a scuola i suoi gemellini di 6 anni, Salvatore e Giuseppe Asta. L’esplosione investe in pieno l’utilitaria, che fa da schermo all’auto blindata di Palermo. Per la mamma e i bambini non c’è scampo. Due agenti della scorta restano feriti, il giudice esce dai rottami sotto choc. Ma vivo! Trent’anni dopo, Carlo Palermo è seduto sul divano del suo studio di Trento. Parla lentamente per mettere bene a fuoco una storia che fa ancora male a sentirla e a raccontarla. «Ricordo tutto di quel giorno...Come ricordo uno a uno quei 40 giorni vissuti a Trapani. Impossibile dimenticare la tensione di quei giorni, la rabbia che provavo e quel senso di impotenza: avevo capito che qualcosa stava per succedere. Lo scrissi anche, ma non mi ascoltarono». La voce si incrina, le frasi gli si inceppano in gola....... Ma lo Stato, proprio nel momento di maggiore necessità, non credette alle minacce e abbandonò me e la scorta, che nemmeno munì di un’auto blindata. Anche dopo l’attentato, quando decisi di tornare a Trapani, nessuno mi indicò un alloggio. Ma presi lo stesso l’aereo. Mi piazzarono dai vigili urbani, in una stanzetta senza bagno». Poi fu trasferito in un appartamento blindato realizzato in fretta nel palazzo di giustizia..... «Dal 1985 mi porto dentro un enorme senso di colpa, perché altri sono morti al posto mio. Scoprire il perché dell’attentato è diventata la mia ragione di vita..... «Per l’attentato sono stati condannati boss mafiosi. Ma non erano i soli a volermi eliminare. Mi ero avvicinato ad alcuni nomi intoccabili e che infatti non sono mai usciti». Il riferimento è a quell’intreccio di affari sporchi scoperchiato nell’inchiesta di Trento. «Dalla Turchia arrivava la droga, che poi finiva in Sicilia e da qui era smistata in Francia e Stati Uniti. Armi e terrorismo costituivano parti inscindibili di quei patti segreti. La prova, già allora, che la grande criminalità è un fenomeno globale e complesso. I giudici, frenati dal criterio della territorialità, giocano una sfida impari. Servirebbe un reale coordinamento internazionale delle indagini. Altrimenti è impossibile venirne a capo». Lui ci ha provato «ed è finita come è finita». Non solo per l’attentato, ma anche «per la contrapposizione di pezzi dello Stato e la sparizione di documenti». Inquietante quel che accadde nel 1996. (Fonte L'Avvenire....) CASILLO & DAZZI: IL PERFEZIONAMENTO DI UN ATTENTATO Ma in quel periodo le autobomba spazzano via altri personaggi e la penisola italiana sembrava attraversata dalla sindrome Libanese dell'auto con il "botto". Fra questi l'attentato a Casillo luogotente di Cutolo, anche detto "Cutolo fuori dal carcere", numero due della Nuova Camorra Organizzata è coinvolto in alcune delle principali inchieste di cronaca: sequestro Cirillo, omicidio/suicidio Calvi e la contiguita' con i servizi segreti. Il 29.1.1983 un autobomba mette la parola "fine" alla vita del "camorrista misterioso". Con lo stesso metodo nel 91 a "saltare per aria" è un imprenditore di Carrara, Umberto Dazzi, mentre transita in via Campo d'Appio con la sua Alfa 164. All'epoca il testimone Pezzica (interrogato come persona informata sui fatti) cosi si espresse in merito alla vicenda Dazzi: “.....Nella parte finale della sua dichiarazione egli adombra il sospetto che l’omicidio Dazzi sia maturato in quanto lo stesso stava cercando dei finanziatori per condurre a termine un proficuo ed ambizioso progetto edilizio in Carrara. Tale sua determinazione, ostacolando i propositi del suddetto “gruppo”, asseritamente dovrebbe aver costituito il movente del delitto”. Esattamente come avevamo fatto rilevare (qualche riga fa) nell'interrogazione Galasso, che qui riprendiamo: ". ... da tempo voci segnalano la presenza di un comitato d’affari tra Massa-Carrara e La Spezia che presiede a operazioni strategiche multimilionarie. “Inchiostro Scomodo” proseguendo nella pubblicazione d’inediti documenti della Procura di Massa Carrara, si è imbattuto in un fascicolo che potrebbe descrivere i primi passi del fantomatico comitato a cui si allude. Fra quelli citati segnaliamo un documento della Digos di particolare rilievo, datato Massa, 23. 05.1991: “Nel quadro delle indagine relative all’omicidio dell’ingegner Dazzi, quest’ufficio, in data 22.5.91 ha escluso, quale persone informata dei fatti, il Sig. Pezzica Giancarlo, (Omissis dati personali n.d.a.), in relazione a talune sue dichiarazioni, riportate dai locali organi di stampa, sulle quali, tra l’altro, egli avrebbe affermato di temere per la sua vita, stante le prove che possedeva in ordine ad un potente gruppo politico – finanziario capace di operare, con sistemi anche illegali, per la realizzazione dei propri interessi”. Perché Pezzica temeva per la sua vita? Era un distorta percezione della realtá o, al contrario, vi erano validi fondamenti? A chi allude quando parla di: "...un potente gruppo politico finanziario capace di operare, anche con sistemi illegali, per la realizzazione dei propri interessi"?! Vi è da ricordare che anche nell'interpellanza parlamentare di Antonio Galasso (quivi citata) si alludeva allo stesso modo nel 1986: ".. oggi, nonostante ...l'inchiesta di Cordova (ex procuratore di Palmi), nessuno indagine è stata APERTA per verificare se la Massoneria rappresenti il veicolo d'infiltrazione criminale nel POTERE economico, e come al solito si fa riferimento anche ad un "comitato d'affari" che determinerebbe il FALLIMENTO di aziende attraverso il controllo di Fidi bancari, in particolare ci si riferisce al settore dei rifiuti e a quello (comitato) riguardante la zona APUANA in materia di ambiente, edilizia e amministrazione, sono stati presentati numerosi esposti ..che a partire dal 1986 tentano di porre all'attenzione della magistratura (n.d.r.inascoltati..) il PERICOLO derivante da un sempre più forte legame fra criminalitá organizzata, specie di stampo mafioso camorristico, potentati economici, comitati d'affari e Massoneria...molto spesso si è assistito ad archiviazione o al silenzio.....etc.etc". La presenza di "un comitato d'affari" che ricorre in modi, tempi, persone e circostanze diverse, con testimonianze che, di tanto in tanto riaffiorano, mostrando solo la "superficie" di quell'intreccio che qui si evince essere stretto fra servizi, Massoneria e Mafia. Eppure qua "dimorano" molte dei personaggi di primo piano di tresche e misteri nazionali che nessuno ha mai pensato, evidentemente, d'interrogare su queste vicende... MISTERI D'ITALIA III PARTE Continua... A cura di Francesco Sinatti